nuove dipendenze

come tutti sanno, dopo la nutella, solo la porchetta e i ciccioli figurano tra i miei cibi lisergici. Questi alimenti riescono sempre a incidere sul mio umore in maniera positiva. Per un certo periodo, ho sostituito all’impatto immediato della nutella, la droga a rilascio graduale di candy crush soda saga perché non potevo risolvere ogni mio bisogno di relax e distensione con il cibo, ma almond (il cellulare che ha sostituito pistacchio) ha avuto un periodo di destabilizzazione a causa di un brutto capitombolo, perciò ho dovuto disinstallare un po’ di appendici affinchè reggesse nuovamente lo stress ma non ha retto molto. Infatti sebbene dopo un primo periodo la ripresa sembrava essere avvenuta in maniera efficace, adesso almond continua a dare i numeri. Durante il buon funzionamento ho voluto provare una applicazione di cui avevo sentito parlare ma che pensavo essere una stramba idiozia…niente di più vero, ma niente di più esaltante per me: si chiama Pinterest, ed è la mia nuova dipendenza. Ci sono più idee e spunti lì sopra, che in metà della rete (non posso dirmi certa di questa affermazione, però c’è davvero da sbizzarirsi). Ecco… ora sapete, confesso il mio peccato.

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‘e mmane ‘ncuollo

diciamo che non capita spesso, e non so se ricapiterà, ma ho passato un sabato pomeriggio a casa e ho carpito un discorso tra alcuni ragazzi, giù al parco, nello spazio del mercato. Uno diceva ad altri due coi visi evidentemente contratti: – Site cumpagni e nun v’ata mettere ‘e mman ‘ncuollo! (la grammatica napoletana sarà senz’altro sbagliata, la traduzione dovrebbe essere: Siete amici e non vi dovete picchiare. Il giovanotto poi continuava dicendo che se si dovevano chiarire dovevano farlo parlandosi, non dandosi a botte, altrimenti…:- ‘A prossima vota che ve mettite ‘e mmane ‘ncuollo, ve ‘e mett’je a tutt”e dduje- intendendo che li avrebbe picchiati lui stesso se si davano a botte un’altra volta. Ho apprezzato questo giovane e la sua etica della strada. Gli amici non si picchiano, si chiariscono parlando. Manca ai ragazzi delle mie parti, i ragazzi che frequento anche agli scout, la strada come maestra di vita. Da molto tempo si è perduta questa abitudine di mandare i bambini ‘giù’ a giocare, perchè considerata pericolosa, audace, sconsiderata. Come se i pericoli e le difficoltà fossero aumentati. A me sembra un cane che si morde la coda: meno escono in strada e meno sono autonomi e capaci di cavarsela, ovviamente meno se la sanno vedere e meno un genitore penserà di dar loro il permesso di uscire. Non ci si fida più di nessuno, men che meno di se stessi. Il genitore delega a chi può e il figlio non riesce a costruirsi un’identità. Mi ci metto anche io in questa categoria di genitori sfiduciati e con l’autostima sottoterra, è proprio un mestiere difficile e come fai, sbagli. Eppure dovremmo recuperare un pizzico di speranza, credere che i nostri figli possono incontrare degli amici come il ragazzo di cui sopra, e magari diventare un giorno come quel giovane che invece di sapere a memoria tabelline e date, sa stare con le persone e sa prendersi cura degli amici.

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la depressione del venerdì

per cause di forza maggiore, la depressione che solitamente mi prendeva la domenica, adesso si è spostata al venerdì. In effetti sono molte di più le volte che lo passo da sola, nel silenzio di questa soffitta. La domenica invece, visto che precede il lunedì, mi risulta il giorno in cui tornando a lavoro non sono più sola. Perchè se è vero che il lunedì è una botta in fronte, è anche vero che stare troppo spesso da soli alimenta pensieri crudeli.

Adesso sarò sincera. Ho appena finito di frignare. Non ho ancora cenato e mi sono così incazzata e avvilita che avrei mandato tutto all’aria, avrei distrutto qualcosa, spaccato i mobili, e sbattuto porte. Ho avuto una brutta giornata. Una giornata molto pesante. Una giornata alla fine della quale vorresti solo che qualcuno si occupasse di te. Invece sei sola. E non puoi uscire, perchè una donna sola non può muoversi in questa dannata città, peggio ancora una donna con una pagnotta che dorme. Non può andare proprio da nessuna parte. Talmente era forte la rabbia che ero tentata di scrivere su fb qualche messaggio strano che alludesse alla mia solitudine e che spingesse qualche amico a chiamarmi o tenermi compagnia (patetica). La decenza me lo ha impedito (sono consapevole che il post finirà su fb). Eppure dentro senti quel desiderio di uscire, di stare in compagnia. Tutto ciò di cui avresti bisogno è una cena fuori, un bicchiere di vino e provare a rilassarti. Ma non ti è concesso. Sia chiaro che non recrimino nè sul dottore che è ancora a lavoro, nè sulla mami che sta passando una serata diversa dalle altre visto che anche lei è sola sempre. Ma un po’ recrimino. Possibile che in tanti anni spesi per gli altri negli scout, non ci sia un cane, uno straccio di amico scout che ti telefoni per passare del tempo insieme?(qualcuno potrebbe obiettare che non si fa servizio per averne un ritorno; sicuramente, ma per aver passato quasi l’intera esistenza a vivere con gli scout, non c’è stato più il tempo per frequentare e coltivare amicizie non scout) Possibile che agli amici bisogna sempre chiamarli per dire che hai bisogno, e nessuno di loro che ha mai la curiosità di sapere che fai? E qui interviene la solitudine e i suoi pensieri crudeli: tanti anni spesi per gli altri negli scout non significano niente, ti è mai venuto in mente che forse sei noiosa? Gli amici che tu credi tali, forse non lo sono, altrimenti ti chiamerebbero, sarebbero curiosi di te, si interesserebbero alla tua vita. Quella depressione del venerdì ti piglia perchè  ti appare come la prova inequivocabile di quanto poco vali, o che non vali la pena, che nessuno ti vuole, e la tua autostima che già zoppica e si appoggia a delle stampelle appezzottate arranca sempre più.

La solitudine sa essere una fidata compagna, ma ti tradisce mentre sei più fragile e picchia sulle ginocchia per farti cedere.

E allora cedo. Resto in ginocchio, come per raccogliere le perle cadute, come per allacciarmi le scarpe e poi ripartire, come si fa quando vuoi abbracciare un bambino.

Poi mi rileggo, mi accorgo che ho scritto buone cose. Per far crescere la mia autostima non devo aspettare. Posso cominciare ora. Scrivo.

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fiore di cipolla

qualche mese fa ho messo in un vaso una cipolla che aveva un piccolo germoglio.

Non sapevo quanto fossero belli i fiori di cipolla

Negli ultimi giorni facebook mi ha suggerito più e più volte alcuni siti per dimagrire o allo stesso tempo pagine in cui si dichiarava l’importanza di accettarsi per come si è. Tra questi ultimi, il post di una madre in sovrappeso che, chiamata grassa dalla figlia, spiega che “grasso” non è un’offesa e che in famiglia loro non l’hanno mai vissuto così. In effetti la madre in questione è una modella ‘curvy’, pertanto il sovrappeso è parte del suo lavoro e se lo vedesse come un’offesa non dovrebbe più lavorare. Premesso che se mia figlia mi chiamasse grassa io piangerei ininterrottamente per tre giorni: innanzitutto perchè vuol dire che mia figlia userebbe delle parole col serio intento di ferirmi e non mi farebbe piacere, ma potrebbe essere colpa mia visto che sto sempre a lamentarmi che sono chiatta; in secondo luogo perchè ha ragione e ciò evidenzierebbe ancora una volta quanto poco faccio per la mia linea; infine definire o etichettare qualcuno per com’è fisicamente vorrebbe significare che mia figlia ha appreso uno stile di comportamento che reputo negativo e del quale però dovrei ritenermi in parte responsabile. Premesso ciò, non capisco perchè facebook pensa di farmi contenta con questo continuo pubblicizzare diete o atteggiamenti di autoaccettazione. In linea di massima so che bisogna accettarsi per come si è, che la bellezza non è tutto e quando una persona è bella dentro lo è anche un po’ fuori, ma la società in cui viviamo non ragiona così e alla cipolla non dà il tempo di fiorire (una fioritura ben più lunga della rosa), dalla cipolla pretende solo quello per cui la si ritiene nata, far parte di un soffritto, del brodo, al massimo di venir caramellata.

La società vede la rosa, la trova bella e l’annusa. Si dà una chance a ciò che ci appare gradevole. Ma se non si è rose, non hai chance di fiorire e essere ammirata. Sei cipolla? Fai la cipolla.

 

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un’ora sola ti vorrei

 

il titolo, preso in prestito dalla canzone di Gianni Nazzaro cantata anche dai The Showmen

dovrebbe suonare leggermente diverso apponendo una virgola “un’ora sola, ti vorrei…” per dire, rivolta all’ora, che la desidero.

Ebbene, ho un’ora sola per me e mi chiedo sempre cosa posso farne… Riposo. Dormo. Preparo un dolce. Scrivo un altro capitolo del sempiterno incompleto romanzo che sosta nel pc. Completo le pagine dell’art journal. Mi depilo. Cerco in Tv un film decente. Nulla di tutto ciò.

Scrivo questo post e sogno. Un viaggio, magari in Canada; un soggiorno al mare; una nuotata in una caletta; un pisolino sotto un albero dopo una passeggiata in montagna. Sogno. Una casa piccola con giardino; un desiderio che si avvera; finalmente una pubblicazione.

Sogno. Sogno sempre. In quell’ora che vorrei, mi piacerebbe riuscire a renderli realtà.

 

 

ecco la versione di Giorgia.

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ricordare

qualche giorno fa, facebook mi ha piazzato una foto sulla bacheca, visibile solo a me, dicendo che magari mi avrebbe fatto piacere condividere quel ricordo di sei anni fa.

Nella foto c’è la mami con accanto signor P. e Vanna. Sebbene fosse un bel ricordo, perchè sorridevano e stavano a tavola in un giorno di festa, non me la sono sentita di condividerlo. Mi fa male guardarlo oggi più di ieri perchè non ci sono più nè Vanna  nè il signor P. E la mami ancora non si riprende dalla perdita della sua cuginamica, come ancora non digerisce di non avere più accanto quel brontolone del mio genitore.

Oggi è il suo compleanno. Volevo preparare qualcosa che faceva lui, qualcosa che solo lui sapeva cucinare, o forse quelle cose che mi piacevano solo come me le faceva lui. Non ci sono riuscita, ogni anno mi sembra di perderne la memoria, non dico che non riesco più a ricordare perchè ricordare è riportare al cuore, ma ho paura di dimenticare tutte quelle piccole cose che rendevano speciale certi giorni, che sapevamo solo noi, che non torneranno più

 

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cose, gente, posti

si accavallano molti pensieri e non si riesce a dare un ordine preciso che possa renderli leggibili. Quando ciò accade, mi sembra di entrare in una generalizzazione che spersonalizza ogni evento, sensazione, rapporto. In questo momento mi sento così, attorno a me tutto è sfondo, ma la figura in primo piano non riesco a individuarla. Tutto scorre troppo velocemente e non ci si può fermare per ascoltare, capire, assaporare o indignarsi. Eppure c’è un gran bisogno di fermarsi. Io ho molto bisogno di fermarmi. Perché voglio ascoltare, devo capire e decidere cosa assaporare e per cosa indignarmi. In questo turbinio di notizie, nella cultura imperante della apparenza, nella finta connessione che sa di solitudine dei social, io vorrei fermarmi. Sentirmi. Comprendere. Dare un volto alle persone e non viverle come gente. Osservare gli eventi per viverli o evitarli consapevolmente. Abitare gli spazi che mi circondano con spirito critico e attraversare i luoghi dell’anima lentamente e a fondo, affinché mi appaiano familiari.

Ritaglio dei brevi spazi per il silenzio, per il colore, per la luce del sole, per aspettare la luna che sorge.

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